I fratelli Karamazov
- mariaconcettagenov
- 20 ott 2022
- Tempo di lettura: 3 min
La ragione, la fede, il cuore. L’ira, la codardia, la meschinità. Generosità, perdono, fratellanza. Vendetta e passione. Tutti i più bassi istinti dell’indole umana, quelli che avvicinano l’uomo all’animale, insieme ai più alti valori dello spirito: quello che si trova in questo romanzo, come sempre in Dostoevskij, è tratto direttamente dalle nostre stesse viscere che riconoscono o aborrono le azioni guidate da questi sentimenti di cui è costellato il nostro io.
Gli uomini creati da Dostoevskij sono così umani da rendere possibili a noi stessi i delitti più truci come provenienti dalle nostre mani. La colpa dei padri che si trasmette ai figli diventa anche la nostra, figli dei nostri padri macchiati dal peccato. Gettati in un mondo corrotto, la lotta tra il bene e il male diventa lotta quotidiana, un combattimento senza fine da cui sembra impossibile uscirne completamente intonsi. Infatti, questi uomini senza scrupoli camminano nel mondo lasciando letteralmente una scia di sangue che tocca tutti quelli che cercano una colpa e rende in qualche modo tutti colpevoli.
É curioso come il mondo degli uomini in questo romanzo si contrapponga e quasi oscuri il mondo delle donne che sono descritte sempre come vittime, pazze o malate, quando non sono le seduttrici da cui tutto il male scaturisce. É come se in un mondo popolato da uomini colpevoli, senza scrupoli, la donna non potesse esistere senza impazzire, come se l’ordine prestabilito in cui donna e uomo esistono e vivono insieme si fosse rotto creando un’inimicizia innaturale.
Ma ecco che parallelamente al sangue del peccatore abbiamo anche il sangue dell’innocente; quando la morte oscena colpisce il santo avviene una reazione inaspettata: il cadavere puzza. Non è possibile, dunque il bene non esiste e di conseguenza neanche il male. Tutto diventa possibile. “se tu non hai Dio, quale sarà allora il delitto?” (Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Feltrinelli, Milano, 2018, libro vi, cap iii f, p.436,) Tutto il romanzo oscilla nella ricerca della verità, nel comprendere cosa sia il bene e cosa il male e nel capire a quale dei due bisogna inchinarsi. Se il delitto non è più possibile definirlo, allora neanche il bene ha un valore. Se il cadavere dello starec che puzza è la dimostrazione della falsità del bene, il parricidio altro non è che un’azione come un’altra a cui non può essere attribuita nessun colpa perché tutto è svuotato di senso. Eppure non è così; Ivan, il fratello razionale, la cui mente è la più incline agli interrogativi su Dio e sul senso della vita, dopo la morte del padre impazzisce. Perché la colpa è lì, davanti agli occhi di tutti e non si può negare; si può solo cercare il colpevole. Ma se la colpa è la macchia comune a tutti gli uomini, chi potrà esserne libero? C’è una necessità in questo autore, quella di conoscere il Male. Vederlo con i nostri occhi al di fuori di noi per riconoscerlo dentro di noi. Pietro Citati ne “Il Male assoluto” parla di Dostoevskij e della questione del Male: “il compito che intravide in quelle notti d’orrore e di disperazione, accanto al letto di una moribonda, era molto più difficile: portare alla luce il ’sottosuolo’ che si cela nel cuore, nell’intelligenza, nella lingua degli uomini.” (Pietro Citati, Il male assoluto, Gli Adelphi, 2013, p. 247) Qui Pietro Citati parla di Memorie dal sottosuolo, ma la ricerca di Dostoevskij sul cuore dell’uomo continua e si approfondisce per tutto il corso della sua vita e i suoi romanzi ne sono i custodi. “Al di sopra, o al di sotto dei sottosuoli della psiche, nei quali negli anni successivi Dostoesvkij avrebbe gettato degli sguardi ancora più accaniti, si estendono altri sottosuoli più vertiginosi: quelli della mente. Cosa è la verità?” ((Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Feltrinelli, Milano, 2018, p.250) Questo romanzo è un continuo dialogo con Dio e con il diavolo alla ricerca di una risposta. Dove la mente non arriva, dove la ragione fallisce, le alternative sono il disordine o la fede. É questa la soluzione che propone l’autore de I fratelli Karamazov: da una parte il male divenuto azione compiuta nel parricidio, dall’altra la fede davanti al male. Uno spiraglio di speranza finalmente si apre, grazie alla venuta di una nuova generazione.
Una nuova discendenza che, già macchiata della colpa dei padri, riesce a prendere una strada diversa dal dubbio vedendo di fronte alla sofferenza dell’innocente una possibilità di redenzione collettiva e purificatrice. E quell’inferno in terra diventa una porta che dà verso il cielo.
Maria Concetta Genova




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